Sait Faik
a cura di Lino Beretta

 

Biografia

L'uomo di Burgaz

L’etica dell’amore, la poetica della natura 

Visto da Abidin Dino
Le opere
Incipit L'UOMO CREATO DALLA SOLITUDINE  (traduzione italiana)
Incipit Yalnizligin Yarattigi Insan
Az Sekerly
CON POCO ZUCCHERO
L 'edizione italiana dei racconti,
tradotti dal turco da Lino G. Beretta,
con l'originale in lingua turca a fronte
Link

LA BABELE DEL LEVANTE

L'etica dell'amore,
la poetica della natura


Una diffusa nostalgia per l’amore e la giustizia, un utopico desiderio di armonia universale. A giudizio del prof. Süha Oguzertem così si potrebbero riassumere le tematiche “ideologiche” dell’opera di Sait Faik. L’introduzione di Oguzertem per “Sleeping in the forest – Stories and Poems of Sait Faik” (Syracuse Univ. Press, 2004, pagg. xv-xxx) costituisce un vero e proprio saggio critico intorno all’opera dello scrittore scomparso 50 anni fa, forse la più acuta ed aggiornata analisi oggi disponibile. Si intitola “Sait Faik’s Utopian Poetics and the Lyrical Turn in Turkish Fiction” (La poetica utopica di S.F. e la svolta lirica nella narrativa turca). Nella cornice di una prosa decisamente “lirica”, fa notare Oguzertem, la narrativa di Sait Faik evita i complessi intrecci a vantaggio dei caratteri, dei personaggi. I tratti tematici, formali e stilistici  peculiari a Sait, lo inducono a preferire il racconto breve come la forma più efficace di espressione, quella a lui più congeniale.

La critica non può fare a meno di riconoscere la dimensione autobiografica dei suoi scritti, che compongono una sorta di singolare ibrido di diversi generi letterari. Anche se poi i critici si dividono nel valutare se le sue storie riflettano sempre e comunque le sue esperienze di vita, o siano piuttosto espedienti narrativi.

Gli scritti del primo Sait sono più classici nella forma anche se presentano già gli stessi temi e raggiungono l’identica intensità lirica. L’uso della prima persona, dell’io narrante, vi ritorna costante. Sia nella prosa documentaria, stile “new journalism” americano. Sia, con valenza diversa, come riferimento reale alla propria esperienza. (vedi il racconto “Il caffè di Eftalikus”). O anche come metodo atto ad estendere, ad ampliare la capacità creatività dell’autore. Si veda “Un racconto così” ed anche “L’uomo creato dalla solitudine”. La densità creativa di questi due ultimi racconti non ne altera certo lo status di esperienza vissuta.

Le diverse ragioni, i motivi che inducono Sait Faik a privilegiare nell’ispirazione letteraria le proprie esperienze di vita, ci portano al nocciolo di una questione non meno fondamentale: il suo rapporto con la pratica letteraria e con la scrittura. Il perpetuo ritornare su una domanda per lui cruciale: “perché scrivere” e “come scrivere”. Fin qui la critica aveva enfatizzato i termini del “di chi” scrivere, un interrogativo questo che non ammetteva variazioni: degli esclusi, dei marginali, degli ultimi, i soccombenti. Qui invece Oguzertem invita a prendere in considerazione i termini etici ed estetici della sua scrittura. Ciò che per altri scrittori è dato per scontato, per S. Faik è il cuore del problema, segno certo della sua originalità. Ogurzertem preferisce lasciare la soluzione dell’interrogativo sul “come scrivere” al lettore, che troverà molteplici e variabili risposte nelle opere dello scrittore turco. Non a caso la citazione da Sait Faik riportata in epigrafe al testo che qui stiamo riassumendo recita: “A cosa serva un’opera letteraria se non è in grado di proiettare la gente in un mondo nuovo e felice, diverso per bontà e bellezza?” 

Lungi dall’essere una sterile “finzione”, risultato di un laborioso processo creativo, la pratica letteraria di S. Faik si fa sovente tentare dalle forme meno tradizionali in uso nella narrativa: memorie, diari, saggi, reportages, e immancabili, le lettere. Tali modelli possiedono intrinseche qualità letterarie non in virtù della loro forma, ma del contenuto e dello stile. È fuor di dubbio che per Sait la funzione evocativa e comunicativa della letteratura prevalga su ogni altra, e non meraviglia che la lettera, l’epistola, costituisca per lui quasi la quintessenza della letteratura. E la base formale, o sostanziale, di molte sue storie. Una radicale innovazione nelle forme della narrativa, che restituisce un potenziale letterario a modelli che sarebbero altrimenti esclusi da una definizione eccessivamente ristretta di letteratura. Con ciò resistendo al tentativo di circoscrivere il mondo della moderna narrativa a uno stile impersonale, che vede l’autore ridotto alla funzione di puro narratore, ed i personaggi a proiezioni del suo io. L’esperienza letteraria di Sait Faik invece, argutamente riassunta da Oguzertem nei termini di un’etica dell’amore e di una poetica della natura, presenta al contrario, una profonda consapevolezza dell’esistenza di altri esseri, indipendentemente da quanto possano essere diversi o lontani da noi e dal nostro io. Ed anzi, nella spiccata disposizione autobiografica dei suoi scritti, possiamo scorgervi il riflesso del desiderio di Sait Faik di essere sincero con se stesso, e di voler essere “a fianco del lettore” piuttosto che dietro o sopra di lui, come sembrano insinuare le opere di molti autori. Al di là di quanto si possa pensare della unità, della coerenza o del realismo dell’opera di S. Faik, è universalmente accetta l’autenticità dei suoi scritti, l’indubbia vocazione letteraria e la loro qualità lirica.         

Un “lirismo” in perfetta sintonia col suo concetto di arte. Il che spiega la sua predilezione per l’uso dell’io narrante e il conseguente feeling lirico che ciò comporta. Il fatto che si possa più facilmente parlare di genere “lirico” che non di pura finzione romanzesca nel caso di Sait Faik, ci riporta ad un’altra osservazione a proposito della sua arte: che la sua prosa sovente sconfini nella poetica. Oguzertem cita in proposito sia il poeta turco Cemal Süreya, per cui l’elemento autobiografico gioca certamente un ruolo essenziale in tutta l’arte, ma principalmente in poesia. Sia Kate Hamburger di The Logic of Literature: “L’io lirico trasforma la realtà oggettiva in una realtà di esperienze soggettive, motivo del suo persistere in quanto realtà”. Tale soggettivismo lirico è stato sovente biasimato da vari critici, e posto in antagonismo col realismo sociale di un contemporaneo di Sait quale Sabahattin Ali (1907-1948).

Per Sait, lo scrittore può limitarsi a scoprire, a disseppellire le storie, senza alcuna necessità di architettare intrecci. In “A caccia di storie” sono chiaramente esposte le ragioni alla base della sua visione, del problematico rapporto tra arte e vita: “Ogni giorno su centinaia di treni, migliaia di storie arrivano, migliaia di storie ripartono”.

Le molteplici affinità tra vita e opera di Sait sono riassunte in modo eccellente da Talat Sait Halman: 

Sait Faik scriveva come viveva, in modo spontaneo, sensuale, impressionistico, quasi sperimentando, valorizzando i dettagli autentici, con accenti di verità. Probabilmente sentiva che ogni storia è un microcosmo, una frazione di verità, e non può essere, non dovrebbe essere, più perfetta della vita stessa. Di fatto, egli era consapevole della fragilità dell’uomo, delle sue debolezze, delle sue follie. Le sue storie esplorano l’umano e riflettono, nella forma e non solo nella sostanza, il fluire della vita.

La citazione è tratta dall’introduzione di Halman per “Un punto sulla carta” (“A dot on the map: selected stories and poems by Sait Faik” Bloomington: Indiana Univ. Turkish Studies, 1983, pagg. 9-10) e viene accostata da  Oguzertem a un altro celebre passaggio del commediografo turco Haldun Taner:

Sait Faik non estrapolava mai un soggetto, ma un intero segmento di vita. Non difendeva una tesi, rifletteva un’esperienza. Il suo cuore era pieno d’amore per gli uomini, amore per la natura. Qualunque cosa su cui lui posasse lo sguardo, rifrangeva il calore e la radiosità del suo amore. Solo dopo che lui li avrà assunti come soggetti, noi avremmo imparato ad apprezzare persone e cose che prima ci sembravano privi di significato.

Come Sait ci metteva gli occhi sopra e iniziava a narrarne la storia, ecco che un chiosco di angurie, un braciere, una sedia, una tomba col pergolato, la cassetta dello sciuscià, un marinaio aggrappato al faro di prua, un pescatore, un cameriere, un prete… istantaneamente guadagnavano un improvviso fascino.

La vita certo è imperfetta, e Sait Faik si guardava bene dal compensarla con la presunta perfezione dell’arte, che non potrebbe esserlo più della vita. E anche quando Sait esprime la noia, la solitudine, la disperazione, non vi è in lui alcun narcisistico disprezzo per la vita, nessun cinismo, spesso assunti come caratteristica dirimente per una letteratura “seria”. Al contrario, la sua visione “romantica” della vita, che auspica di abbattere i muri che separano l’uomo dall’uomo, dalla natura, dai suoi intrinseci valori morali, echeggia semmai l’egualitarismo panteistico ed utopico di visionari romantici alla Rousseau. Con uno spiccato sentire ambientalista ante litteram. E qui Oguzertem azzarda una comparazione con l’opera di John Steinbeck, contemporaneo ed equivalente letterario di Sait, che condivide con lui la visione di un universo non alienato.

Fieramente democratico e antiborghese, Sait possiede uno spiccato talento per tratteggiare singoli caratteri, perlopiù “ordinary people”. Gente che non di rado appartiene a minoranze, quelle stesse che popolano la Istanbul cosmopolita di allora. Sait Faik morrà un anno primo dei fatti del 6 settembre 1955, un momento critico nella storia della Turchia. Quel giorno, nel pieno della crisi di Cipro, voci di un attentato contro la casa natale di Atatürk a Salonicco scateneranno una sorta di pogrom, con la folla che saccheggia i negozi dei greci, degli armeni, degli ebrei di Istanbul. Già nel ’36 Sait Faik aveva sperimentato significative resistenze nel pubblicare una novella, Stelyanos Hrisopulos Gemisi, che ritrae personaggi greci. E che per eccessivo cosmopolitismo era stata rifiutata da una rivista letteraria, per il cui direttore il termine kozmopolit evidentemente equivale a scarso patriottismo e carente aderenza ai valori nazionalistici. Il racconto sarà subito dopo pubblicato da Yasar Nabi, editore di Varlik. Sait Faik continuerà così a coltivare il proprio umanitarismo romantico. A chi gli faceva osservare che le sue storie traboccavano di pescatori, poveracci e greci, lui rispondeva “Io vivo a Istanbul, una città composta da ciò che avete appena enumerato”. Come confesserà in suo racconto “Amo la gente, più che le bandiere”.

Concludendo il suo saggio, Oguzertem fa acutamente osservare come altri scrittori e poeti suoi contemporanei riecheggino nelle loro opere temi che già anticipano egualitarismo, multi culturalismo, ecologismo oggi grandemente diffusi. Nazim Hikmet, Orhan Veli, Halikarnas Balikçisi, come lui scomparsi, o il vivente Yasar Kemal. Che come lui avevano scelto di parlarci non già dell’aristocrazia, come nella letteratura dei secoli precedenti, ma di pescatori e facchini, nel tentativo di rappresentare l’universale nel particolare, l’umanità in un singolo essere umano. Scegliendo non di guardare alla gente, ma nella gente, e trovandovi dei veri capolavori.